supply chain critica

Le materie prime critiche non sono più un tema da addetti ai lavori o da politica industriale europea.
Sono diventate una questione concreta per chi opera nelle filiere manifatturiere: incidono sui costi, sulla continuità delle forniture, sulla programmabilità degli investimenti e, in senso generale, sulla competitività industriale.

È questo il punto di fondo che emerge dalla ricerca pubblicata da Confindustria sul progetto CASCADE dal titolo “Materie prime critiche e resilienza delle supply chain“. Lo studio colloca il tema dentro uno scenario internazionale segnato da frammentazione geopolitica, protezionismo crescente e tensioni sulle catene globali del valore, mettendo in evidenza come le dipendenze esterne possano trasformarsi in vulnerabilità industriali.

Un rischio strutturale

Secondo Confindustria, la manifattura italiana dipende in modo significativo da forniture extra-UE per 364 prodotti critici, per un valore di circa 26 miliardi di euro. I comparti più esposti sono i semilavorati metallurgici e l’energia, mentre la Cina risulta il principale fornitore delle materie prime critiche. Allo stesso tempo, oltre il 37% della manifattura italiana resta collegato alle supply chain globali, segno che il sistema produttivo continua a essere fortemente integrato nello spazio internazionale.

Questo rende il tema particolarmente delicato. La risposta non può essere un semplice ritiro dal commercio globale, ma deve passare da tre direttrici: diversificazione, rafforzamento industriale e coordinamento europeo.

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Le quattro materie osservate e le filiere coinvolte

Il progetto CASCADE concentra l’analisi su quattro materie prime critiche: alluminio, rame, titanio e terre rare. Si tratta di materiali che attraversano filiere strategiche per l’industria italiana ed europea, tra cui aerospazio, difesa e sicurezza, packaging farmaceutico e cosmetico, automazione industriale, mobilità e rinnovabili. L’impostazione della ricerca combina analisi di filiera, focus group e uno studio Delphi che ha coinvolto 45 esperti, con l’obiettivo di valutare non solo le criticità attuali, ma anche quelle attese nell’arco dei prossimi cinque anni.

I risultati convergono su un punto: le condizioni di approvvigionamento tenderanno a irrigidirsi.

Le criticità più trasversali riguardano aumento e volatilità dei prezzi, ma si sommano anche problemi di disponibilità, difficoltà di reperimento e tensioni più marcate proprio su terre rare e titanio. Le cause principali indicate dallo studio sono la crescita della domanda globale, la concentrazione geografica dell’offerta, le tensioni geopolitiche e la scarsa sostituibilità di alcuni materiali.

Cosa significa per le imprese

Per le aziende manifatturiere il punto non è solo “quanto costa” una materia prima. Il punto è anche QUANTO E’ CONTROLLABILE IL RISCHIO di APPROVVIGIONAMENTO.

In filiere dove i materiali hanno un ruolo chiave nella prestazione del prodotto finale, la vulnerabilità può tradursi in effetti a catena:

  • maggiore volatilità dei costi industriali
  • difficoltà nel formulare budget affidabili
  • lead time più incerti
  • rischio di rallentamenti produttivi
  • minore capacità di rispondere rapidamente al mercato

Questo vale in modo particolare per i settori ad alta intensità tecnologica. Confindustria evidenzia infatti che le criticità tendono a propagarsi con più forza proprio nelle filiere avanzate: aerospazio e difesa per titanio e alluminio, elettrificazione ed elettronica per il rame, magneti e tecnologie avanzate per le terre rare.


Dove si concentra il rischio per l’elettronica

La figura sottostante mostra quanto l’Italia dipenda, per alcune filiere, da un singolo Paese fornitore di importazioni critiche.
Nei comparti più vicini all’elettronica – come componenti elettronici e apparecchiature elettriche – la concentrazione è elevata e spesso legata alla Cina, con quote che arrivano fino all’80–90%.

Più alta è la quota del primo fornitore, maggiore è il rischio:
significa che eventuali tensioni geopolitiche o commerciali possono avere un impatto diretto sulla continuità della supply chain.

Focus terre rare

Se si vuole individuare un caso emblematico, le terre rare lo sono più di altre materie.

Spesso il dibattito pubblico le presenta come una questione di scarsità fisica. In realtà, i dati raccontano qualcosa di più preciso: il problema principale non è soltanto la disponibilità della risorsa, ma la fortissima concentrazione del controllo industriale.

La tabella seguente lo dimostra.

Dove si concentra il potere

Nel grafico emerge che la Cina pesa già in modo molto rilevante sul lato delle riserve, ma il vero salto si osserva soprattutto nelle fasi successive:

  • circa 52% delle riserve mondiali
  • circa 69% della produzione mineraria
  • circa 88% della raffinazione globale

È proprio quest’ultimo dato a chiarire la natura strategica del problema.
Il controllo non si gioca soltanto a monte, nell’estrazione, ma soprattutto nella fase industriale che trasforma il materiale in qualcosa di utilizzabile dalla manifattura. Il problema non è solo la miniera. È la raffinazione.

La dipendenza europea è ancora più marcata

La seconda evidenza riguarda l’Europa. Guardando all’approvvigionamento UE, il materiale primario coperto dalla Cina è già largamente dominante. Ma è sul materiale raffinato che la dipendenza europea raggiunge livelli quasi totali: nel grafico allegato la quota cinese arriva intorno al 93% del fabbisogno UE coperto.

Questo significa che, anche qualora si diversificassero parzialmente le fonti di materia grezza, l’Europa resterebbe comunque esposta nella fase più strategica della catena.

Ed è qui che il tema delle terre rare si collega direttamente alla discussione più generale sulla resilienza industriale: senza una capacità maggiore di lavorazione, separazione, raffinazione e recupero, non sarà possibile acquisire maggiore autonomia.

Un rischio che non si risolve da solo

Lo studio di Confindustria osserva che, nel caso delle terre rare, il riciclo è una delle poche leve che può migliorare non solo il profilo ambientale, ma anche la resilienza della supply chain. È un punto importante, perché segnala una differenza rispetto ad altri materiali: qui la circolarità non è solo sostenibilità, ma anche strategia industriale.

Tuttavia, da sola non basta.
Se la domanda globale continuerà a crescere e la capacità di raffinazione resterà così concentrata, il rischio di tensioni, volatilità e pressione geopolitica resterà elevato.


Il rischio sulle materie prime critiche viene definito strutturale e richiede un approccio multilivello che integri politica industriale, politica commerciale e cooperazione internazionale. La risposta più efficace, secondo lo studio, è il coordinamento delle policy a livello europeo. A livello nazionale, invece, il progetto CASCADE suggerisce un approccio “verticale”: mappare le fasi di filiera scoperte o sottodimensionate, valutare la creazione o integrazione di operatori, incentivare reshoring e co-development e diffondere di più strumenti di hedging tra le PMI per gestire la volatilità dei prezzi.

Per la filiera elettronica, la domanda non è più solo “da dove compriamo?”, ma diventa sempre di più:
quanto conosciamo davvero le nostre dipendenze? quanto sono sostituibili? quanto sono gestibili?

Laura Baronchelli

ASSODEL (Associazione Distretti Elettronica – Italia)

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